La mistagogia di questo «Tempo Propizio» per la nostra “conoscenza” continua.
Domenica scorsa l’apostolo Tommaso ci ha indicato che le ferite condivise possono divenire esperienza di Cristo, oltre la comunanza di quest’ultime.
Ma ecco che il cammino pasquale diretto alla Pentecoste riprende, e alla sua terza tappa vediamo che l’esperienza del Risorto non è una generica fede nella sopravvivenza di Gesù: non si può amare un “fantasma”, un cadavere rianimato…: è l’annuncio di Colui che si rivela Kyrios, Messia, Cristo.
I discepoli a Emmaus lo riconoscono nello spezzare il pane e… prima no!
E lui sparisce dalla loro vista, perché non è con quegli occhi che lo riconosceranno.
Mentre tornano a Gerusalemme, mentre parlano «di ciò», Gesù appare, si manifesta …“pacificando”.
Quante volte, sentendo parlare di Gesù, anche noi ne abbiamo avuto una “apparizione”, non in una pace generica, ma intima, perché le nostre ferite sono condivise e perche sappiamo che c’è “qualcosa in più”, lo sappiamo, lo riconosciamo nella nostra persona.
È una nuova esperienza, è lui ma non è lui, è un cammino.
Ci vuole lo Spirito, Santo.
Contenere la vita in un corpo, capire la vita in un solo respiro, li rende, e ci rende, ancora dubbiosi.
La percezione di cosa comporta tutto ciò è la rivelazione delle – e nelle scritture.
«Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare il terzo giorno».
Un’esperienza che non fa delle Scritture un manuale o un “codice etico”, ma una testimonianza da cui scaturisce un’esigenza morale. Non uno sforzo ma un’esperienza.
Ci attende un cammino per “aprire la nostra intelligenza” delle Scritture ma, grazie all’azione dello Spirito, potremo fare storia , cultura , arte , politica , ingegno… testimonianza del Risorto, di una vita oltre la vita, che nel “qui e ora” annuncia il già e non ancora.




